
Il Cerutti Gino non è un eroe né un criminale. È la mala minore, quella che ti porta via la Lambretta e poi te la riporta, segnata, quasi a dire che la libertà dura lo spazio di una corsa. Giorgio Gaber lo incontra davvero, lo trasforma in ballata, e il suo nome entra nella memoria collettiva. È la faccia ironica e scanzonata di un quartiere che diventa leggenda.
Il Giambellino si riconosce nel giallo zafferano delle facciate. Un colore caldo e resistente, che attraversa nebbie e tram, che lega le ringhiere ottocentesche ai lotti popolari del dopoguerra. È il fondo cromatico delle conversazioni quotidiane, dei panni stesi, dei cortili abitati come piazze minime.
Tra il 1938 e il 1944, l’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari realizza sei isolati su progetto dell’Ufficio Tecnico diretto da Giovanni Broglio, con la collaborazione di Guido Baselli, Pietro Della Noce, Alberto Morone, Fausto Natoli e Tullio Tolio. Stecche parallele, cortili interni, facciate essenziali: un organismo urbano ordinato, case minime e tanta retorica di regime.
Con oltre 130.000 metri quadrati di superficie e circa 670.000 metri cubi edificati, il Giambellino nasce come una città nella città.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il quartiere si amplia con i lotti INA-Casa e con nuovi interventi dell’IACP. Architetti come Franco Albini, Ignazio Gardella, Giancarlo De Carlo disegnano isolati e complessi residenziali che non rinunciano alla qualità architettonica: appartamenti spaziosi, logge e balconi aperti, giardini condominiali. L’idea di quartiere si rafforza come laboratorio di urbanistica sociale, dove abitare significa avere scuole, negozi e servizi a portata di mano.
Oggi il Giambellino mostra i segni del tempo e della rigenerazione in corso. Le facciate raccontano un quartiere che ha attraversato fascismo e ricostruzione post-bellica, e che oggi si misura con la vivacità di un tessuto post-moderno: stratificato, contraddittorio, vitale. Viene naturale chiedersi come lo racconterebbe Gaber, e la risposta è forse nelle vie stesse, in cui ogni nuovo Gino continua a incarnare l’anima popolare della città.
Non c’è solo il Giambellino nei quadri in musica affrescati da Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. I quartieri si rincorrono come capitoli di una stessa geografia emotiva: l’Ortica e Lambrate, con le officine e i bar di periferia; la Barona e Porta Romana, tra dialetti che si mescolano e tram che tagliano la città; Porta Venezia, San Siro, viale Padova, spazi marginali che diventano scena di incontri e di sopravvivenze. Gaber e Jannacci hanno saputo fare di queste periferie non semplici sfondi ma veri protagonisti, capaci di restituire una Milano ironica e dolorosa, popolare e insieme poetica.
Quel testimone oggi è raccolto dai tanti rapper metropolitani che continuano a raccontare la città da un punto di vista laterale, periferico, eccentrico. Se ieri era il Cerutti Gino a incarnare l’anima di un quartiere, oggi sono voci giovani che trasformano parole e rime in nuovi atlanti urbani. La cronaca minuta, le diseguaglianze, le solitudini e le resistenze trovano così ancora parole, suoni e linguaggi che nascono fuori dal centro e che proprio per questo riescono a dire Milano nella sua forma più viva.
Municipio 6
Via Giambellino
Indirizzi
M4 San Cristoforo, Segneri
Metropolitana
Bus/Tram 3
Naviglio Grande, supermercato, parco pubblico
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