
Il Gallaratese nasce con un’ambizione: disegnare una città moderna, coesa, capace di coniugare edilizia popolare e qualità urbana. Negli anni Cinquanta Piero Bottoni elabora una prima ipotesi di piano che avrebbe dovuto unificare i diversi nuclei in un grande insediamento da 80.000 abitanti, strutturato attorno a una spina dorsale centrale chiamata Strada Vitale. Lungo quell’asse si sarebbero concentrati servizi, scuole, negozi, trasporti, in una visione che voleva realizzare su scala maggiore quanto già abbozzato al QT8, il quartiere laboratorio ideato dallo stesso Bottoni per l’Ottava Triennale del 1947: un esperimento urbanistico che aveva mostrato come architettura e pianificazione potessero dare forma a una città più equa e funzionale.
Quell’idea di città coesa non verrà realizzata. Il piano di Bottoni resta sulla carta e il quartiere prende forma in modo frammentato: isolati separati, tessuto viario spezzato, servizi distribuiti senza un disegno forte. È in questo scenario che negli anni Settanta sorge il Monte Amiata, firmato da Carlo Aymonino con la collaborazione di Aldo Rossi: un’icona architettonica europea, ma anche un corpo estraneo, rimasto troppo isolato rispetto al resto del quartiere. Il risultato è un quartiere a due facce. Da un lato le grandi utopie del modernismo, dall’altro le contraddizioni di un tessuto urbano che non ha mai trovato una vera unità. I cortili popolari di via Cechov e le piazze sopraelevate del Monte Amiata raccontano due visioni che non si sono mai incontrate davvero.
Oggi il Gallaratese è parte di un sistema urbano che si sta trasformando. A nord, MIND (Milano Innovation District) e il nuovo polo della ricerca e della salute. A est, il quartiere residenziale di Cascina Merlata con il suo parco, le scuole, i servizi. Al centro, il Merlata Bloom, grande centro commerciale che attira flussi da tutta l’area metropolitana. Il Gallaratese si trova così stretto tra nuove polarità urbane e continua a interrogarsi sul proprio futuro, in bilico tra quartiere residenziale da ricucire e cerniera delle grandi trasformazioni della Milano nord-occidentale.
Si chiama Monte Amiata non per scelta dei suoi architetti, ma perché così si chiamava la società immobiliare che lo costruì. Un nome nato da logiche di mercato che, col tempo, ha assunto tutt’altro peso: oggi evoca uno dei complessi residenziali più celebri e discussi della Milano moderna.
Tra il 1967 e il 1974 Carlo Aymonino, con la collaborazione di Aldo Rossi, disegna cinque enormi blocchi in cemento e mattoni a vista, organizzati come una città nella città: piazze sopraelevate, gallerie, ballatoi, scale monumentali. Le proporzioni e il colore acceso gli valgono presto il soprannome popolare di Dinosauro Rosso.
Manifesto del neorazionalismo, il Monte Amiata è stato insieme icona e corpo estraneo. L’utopia progettuale non ha mai trovato un’integrazione con il resto del quartiere: gli spazi comuni, pensati come luoghi di incontro, si sono trasformati in scenari di marginalità. Oggi resta un simbolo duplice: patrimonio architettonico riconosciuto e, allo stesso tempo, emblema delle contraddizioni irrisolte del Gallaratese.
Municipio 8
Via Appennini
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Bus/Tram 69
Scuole (I.C. Borsi), Centro Commerciale Bonola, Parco Trenno
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