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Va’ a Bagg a sonà l’òrghen: Baggio, la Baggina e l’organo dipinto

La “Baggina” è un nome che a Milano tutti riconoscono. È il soprannome del Pio Albergo Trivulzio, la grande casa di riposo che sorge lungo la via che da Milano portava verso Baggio. Nel 1990 Fabrizio De André apre La domenica delle salme con il “poeta della Baggina”, un’anima accesa che manda “luce di lampadina”: un’immagine corrosiva e insieme malinconica, che fa della Baggina il simbolo di un’Italia stanca, seduta, incapace di accendere una fiamma più grande. Due anni più tardi, dalla stessa Baggina parte la stagione di Mani Pulite: l’arresto di Mario Chiesa al Trivulzio diventa la miccia che accende un’inchiesta capace di travolgere la Prima Repubblica.

Il nome di Baggio, però, è presente anche nella lingua popolare. Il proverbio milanese “Va’ a Bagg a sonà l’òrghen” significa “vai a farti un giro”, o in modo più diretto “vai a quel paese”. L’espressione nasce dalla leggenda che la chiesa di Sant’Apollinare a Baggio, per mancanza di fondi, avesse un organo soltanto dipinto sul muro, impossibile da suonare. È un detto che unisce ironia e realismo, confermando quanto il borgo sia radicato nella memoria collettiva dei milanesi.

Un soprannome popolare, un verso di canzone, un fatto politico, persino un proverbio: in pochi tratti Baggio entra nella memoria della città.

Ma dietro la risonanza mediatica c’è un borgo con radici antiche, annesso a Milano nel 1923 insieme ad altri venti comuni. Lungo l’asse di via delle Forze Armate si legge tutta la sua trasformazione: i grandi condomini che accompagnano la strada verso ovest lasciano il passo, in fondo, al nucleo antico. Qui le case si fanno più basse, la via si restringe, e riappaiono le cascine con il cortile, le barchesse sopravvissute, un paio di osterie che resistono al tempo. E soprattutto la chiesa antica di Sant’Apollinare, che riporta al borgo agricolo che fu.

Urbanisticamente Baggio vive una duplicità. Da un lato diventa quartiere, parte della crescita della città che dagli anni Cinquanta in poi costruisce nuovi complessi di edilizia popolare e connette l’antico paese al tessuto urbano. Dall’altro lato mantiene il respiro del borgo, con il Parco delle Cave che si apre accanto come spazio verde e agricolo, memoria di una campagna che non scompare. È un margine che non si lascia inghiottire del tutto, un luogo che vive di contrasti e proprio per questo si ritaglia un’identità forte.
Baggio ha il fascino dei luoghi che vivono ai limiti, un lacerto in cui la storia minuta entra nella Storia grande della metropoli, dal verso di una canzone a una stagione politica che ha cambiato il Paese. È in questo intreccio tra quotidiano e memoria collettiva che si riconosce il carattere di un lembo di Milano che continua a custodire la sua voce.

La Caserma Perrucchetti, un gigante a metà tra memoria e incertezza

Il nome inganna: sembra recente, quasi moderno, e invece affonda le radici nel Medioevo. Nel 1346 si parla già di Sala Nova, residenza signorile e deposito di derrate, prima dei Torriani, poi dei Visconti. Intorno, la campagna era disegnata da marcite e fontanili, e il nucleo originario corrispondeva alla Cascina Sella Nuova, che ancora oggi resiste come frammento di un mondo contadino.
Per secoli Sella Nuova vive di terra e di lavoro agricolo. Famiglie nobili come i Bagatti Valsecchi vi possiedono case, stalle, corti, e accanto alle residenze padronali si estendono le abitazioni dei salariati, gli orti, i granai. È un paesaggio fatto di architettura rurale e di gesti quotidiani, nel quale la cascina è insieme luogo di produzione e di comunità.

Fino al 1869 Sella Nuova è un comune autonomo, piccolo e orgoglioso, con poco più di trecento abitanti. Poi viene aggregato a Baggio, e con Baggio confluisce nel 1923 in Milano.
Il dopoguerra porta nuove case popolari, strade più larghe, condomini che si affiancano alle cascine. Ma tra un palazzo e l’altro riaffiorano ancora tracce della sua memoria di autonomia: una corte che si apre all’improvviso, un muro in mattoni che mostra la stratificazione dei secoli, la presenza di creta nel sottosuolo che ha alimentato fornaci e tegole.

Anche i nomi delle cascine vicine — Creta, Creta Vecchia, La Crea — parlano di un territorio che costruiva letteralmente la città, mattone dopo mattone.

Sella Nuova non ha bisogno di progetti calati dall’alto per rigenerarsi: basta raccontarne la storia. Ogni cascina rimasta, ogni toponimo, ogni cortile che resiste è già rigenerazione, perché restituisce continuità a una memoria che rischia di perdersi. È questo il fascino di tradizioni millenarie che riaffiorano tra le pieghe di un quartiere popolare: una bellezza nascosta che aspetta solo di essere riconosciuta.

Municipio 7

Via Cascina Barocco, Via Quinto Romano, Via Benozzo Gozzoli

Indirizzi

M1 Bisceglie, Primaticcio

Metropolitana

Bus/Tram 67, 63, 76

Parco delle Cave, Poste, Scuola materna, Ospedale San Carlo, centro polisportivo, supermercato Esselunga, piscina comunale (Arioli), Parco delle Cave, Acquatica Park, Parco dei Fontanili

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